L'allenatore di pallacanestro nel 2030

Una breve introduzione.
L'allenatore di pallacanestro nel 2030

Le pagine che seguono sono delle semplici riflessioni che si basano su diversi anni di formazione fatta per il CNA in questi ultimi trenta anni e della esperienza di docente presso la Facoltà di Scienze Motorie del Foro Italico di Roma. Esperienze sull’insegnare ad allenare la pallacanestro che hanno il merito o demerito di essere caratterizzate da una forte componente teorica. Ma forse come diceva Popper tutto è teoria, anche la nostra evoluzione umana lo è.

Soppesate con questo limite oggettivo, le mie brevi considerazione vogliono solo contribuire a rilanciare un momento di riflessione sul processo formativo per gli allenatori/istruttori/preparatori fisici per la pallacanestro. Vedo da sempre la realtà come una torta alle millefoglie, che al di là della sua bontà, si presenta come un multistrato integrato. Tagliando una fetta si possono vedere i tanti strati prima nascosti che insieme collaborano in modo armonico a dare a questa torta il suo squisito sapore. Bene penso che oggi ogni processo formativo deve essere interpretato in modo analogo (meno dolce forse). Tanti elementi, tante visioni che convergono per un risultato ottimo.

Il mio approccio teorico potrà dare una immagine di complessità eccessiva dell’allenare. Una pesantezza che non è nelle mie intenzioni. Se c’è pesantezza c’è nel mio linguaggio del quale, purtroppo, non riesco purtroppo a liberarmi. Ritengo che allenare sia anche un’arte, un mestiere artigianale che si impara a bottega. Ma oggi le botteghe si sono ridotte in ogni mestiere, quindi si tratta di percepire come questo approccio antico possa rivivere oggi. Una complessità che se presente (e lo può essere tra le righe che seguono) è vista solo nella fase di “back office“ del lavoro di formazione degli allenatori. Identificata nella fase di ingegnerizzazione dei corsi. Una progettazione che pur complessa porti comunque alla produzione di moduli formativi estremamente semplici e motivanti. In questa mia analisi mi tengo solo a questo livello meta formativo, non entrando all’interno dei singoli moduli che devono comporre l’offerta formativa nel suo complesso, in quanto ritengo che in questo momento sia più urgente operare a questo livello “alto” rispetto ai contenuti interni dei moduli formativi e della loro “somministrazione “ ai discenti.

Allenare è complicato o semplice?

Ritengo che allenare uno sport sia al contempo semplice e complesso. Sta ai processi formativi per allenatori far vedere come dal semplice si possa arrivare al complesso e viceversa. La formazione deve dare un insieme organico e non contradditorio di nozioni che poi però l’allievo o l’allieva deve metabolizzare quotidianamente andando a calibrare su se stesso/a quanto acquisito nei corsi. Certo ci sono aspetti, degli argomenti insegnanti più invarianti di altri, ma nessuno argomento può restare completamente simile a se stesso nel tempo. Sia la tecnica, la tattica, sia altri elementi che compongono il corredo necessario al/la giocatore/trice di basket cambiano nel tempo, pur come detto con velocità diverse. Tutto muta, tutto è sottoposto a cambiamenti e rivoluzioni, intendendo con questo termine il suo significato originale: un ampio giro ci che riporta al punto originario ma non conoscenze migliori.

Gli ultimi anni hanno visto una forte stabilità dell’approccio cognitivo nel processo di formazione/allenamento delle giocatrici e dei giocatori di pallacanestro. La pur giustificata ricerca di una scuola di formazione, ha creato un progressivo irrigidimento del nostra formazione.

Lo stesso processo di formazione continua tramite i famosi (o famigerati) punti PAO non ha che confermato questo approccio e perso nel tempo potenzialità di innovazione ed oggi è più che altro un rituale stanco.

Come tutti i processi che hanno a che fare con la preparazione di giovani soggetti, anche il nostro allenare deve tener conto dei continui cambiamenti sociale e antropologica dei ragazzi/ragazze. Sempre più nuovi approcci si sono diffusi nell’ambito della formazione tout court ed in particolare in quella sportiva. Sempre più si va verso la capacità di gestione di metodologie di allenamento che vadano a creare un mix intelligente di diversi approcci formativi, di visioni personalizzate dell’insegnamento/apprendimento.

Oggi un/una formatore/trice sportivo/a deve essere in grado di conoscere/gestire (modulare) diverse metodiche di insegnamento sportivo, da modellare sugli allievi che si hanno davanti. Questo non vuol dire non avere un metodo o averne troppi, ma saper calibrare le proprie priorità metodologiche alla realtà che si ha davanti. Poter scegliere. Chiaro che in un dato momento T° chi insegna qualsiasi cosa deve avere un modello principale di riferimento, ma dovrà essere sempre pronto a metterlo in discussione, a testarlo ed a modificarlo sulla base di nuovi elementi che la realtà della pallacanestro giocata suggerisce. Diversi momenti, diverse età, diversi contesti sociali in forte cambiamento, creano la necessità di un ampio portafoglio dove selezionare di volta in volta nel concreto un metodo principale da adottare (che non escluda a priori altri da affiancare nel tempo). Il dominante approccio cognitivo ormai non è più sufficiente da solo. A questo vanno affiancati altri metodi che sempre più si fanno largo oggi nell’ambito della realtà scientifica da un lato e dalle sue declinazioni concrete dall’altro. Tra questi ritengo che si debba andare verso quelli che danno maggior spazio all’insegnamento del “problem solving” legato alle scelte alle decisioni che il gioco crea. Fare di queste capacità decisionali il cruscotto di indicazioni sul reale possesso dei fondamentali del gioco, non più visti nella loro singolarità (il nostro non è uno sport “estetico” come la ginnastica artistica dove ci sono giudizi qualitativi) ma all’interno delle situazioni più o meno complesse da risolvere giocando (tattica come applicazione efficiente ed efficace di un fondamentale legato sempre in modo indissolubile alla concreta situazione di gioco, ai problemi che questa situazione crea e alla ricerca di soluzioni efficaci ed efficienti possibili: si gioca contro il gioco sempre e non solo contro gli avversari, questi ultimi sono degli evidenziatori di una nostra non chiara proprietà degli strumenti idonei per risolvere problemi). Come diceva Popper: la vita è risolvere problemi, risolto uno c’è il seguente. Quindi la capacità di contestualizzare tatticamente sin da subito i gesti singoli del gioco. Imparare il più possibile dal gioco giocato, insegnare il gioco all’interno il più possibile del gioco giocato, far sì che il tempo dell’allenamento veda sempre più ampie porzioni di tempo dove si giochi con vincoli di tempo/spazio correlati al processo di apprendimento.

Oggi mettere al centro il/la ragazzo/o, avere una visione sempre più olistica è un “must” nell’insegnamento sportivo. Si è concluso un momento storico dove il/la giocatore/trice doveva essere una spugna pronta ad assorbire tutto il sapere che stava dentro il/la suo/a allenatore/trice. Una fotocopia efficace ed efficiente. Un modello chiuso dove nel tempo le componenti di creatività, di capacità di autonomia nelle scelte del concreto agire sul campo si sono progressivamente ridotte. Una volta tale metodologia si accompagnava ad una ampia possibilità per i/le giovani di giocare fuori dai momenti canonici degli allenamenti. Negli oratori, nei parchi, nei campi all’aperto (peraltro campi che la recente pandemia ha rilanciato come importanza sussidiaria alle belle e calde palestre). Oggi questo è sempre più scomparso. Si sono ridotti i momenti di auto scoperta del gioco. Dove l’allenatore/trice diventava un momento di raffinazione e selezione di quanto spontaneamente appreso. Oggi i/le ragazzi/ragazze giocano solo all’interno di momenti strutturati. Bene questi vanno destrutturati fin dove possibile. Vanno creati momenti di allenamento/insegnamento aperti, dove i/le giocatori/trici possano essere aiutati a scoprire i problemi del gioco, ma per restare loro i principali risolutori con percorsi personali delle problematiche che il gioco crea. Un allenatore/allenatrice deve aiutare a creare un metodo di selezione delle soluzioni possibili, che aiuti a percorsi individuali, a un modello di multimodelli. Si deve aiutarli a capire che si gioca contro il gioco, contro le difficoltà che il gioco crea loro. Quindi è importante creare allenamento dove questa capacità di risolvere in continuazione problemi deve essere posta al centro del nostro insegnare. Un metodo oggi definito ecologico, dove l’atleta cattura dal proprio allenatore idee che poi deve far proprie all’interno di autonome situazioni libere di gioco tramite small side game. Aprire la gamma delle soluzione, avere una scuola delle scuole possibili. Una mente aperta. Anti fragile, che sappia non solo resistere alle avversità, ma da queste trovi l’energia per migliorare sempre in modo auto esigente e non solo autonomo o conservativo dello status operante. Non si intende nessuna forma di anarchia didattica. La filiera per esempio dei situazioni di “small side games” da proporre ai giocatori dovrà si variare di volta in volta per avere ripetizioni senza ripetizione, ma andranno di volta in volta progettati per avere organicità interna, focus ben preciso, così da poter consentire una concretizzazione pertinente delle soluzioni da sperimentare. Il crescere dei problemi da affrontare “nascosti” dentro queste situazioni di gioco semplificato (2vs2, 3vs3, …) dovrà essere progettato con precisione.

Un approccio ecologico che vada a cambiare molte delle attuarli credenze. La stessa forma dell’allenamento, abbandonando la visione “bastone carota”: siamo stati bravi a fare gli esercizi proposti adesso giochiamo 5 vs 5. Una forma dove invece si sia ampio uso del gioco 3 vs 3, 4 vs 4 come scoperta dei fondamentali nel globale. Evitare sempre più esercizi stereotipati che creano bravi/e giocatori/trici di esercizi e non di gioco. Rivedere ampiamente i concetti di progressione didattica che spesso hanno poca utilità, ingessano il processo di scambio di informazione/formazione e rientrano nella frase: si è sempre fatto così. Bene questa frase è il male da cui dobbiamo liberarci e presto.

Ritengo che su questa impostazione metodologica che si debba spingere. Sicuramente questo approccio non annulla l’importanza del lavoro a secco sui fondamentali, ma quest’ultimo sarà un processo asincrono da incanalare all’interno di uno sviluppo individuale del giocatore (qui abbiamo bisogno forse di allenatori/trici specializzati in modo preciso) che deve avere continua verifica nel metodo ecologico. Un lavoro sul decision making che illumini anche sulle lacune tecniche dei/delle ragazzi/e. Quindi è dal gioco che possiamo estrarre le aree di sviluppo individuale che vanno ancora migliorate con un supporto di lavoro a secco per il singolo. E all’interno di situazioni di gioco con vincoli spazio/tempo dove si moltiplicano i momenti di decisioni costruiti in modo didatticamente utile che si può comprendere dove ci sono ancora lacune tecniche, dove i giocatori/trici mettono a fuoco cosa hanno ancora bisogno da migliorare sul piano individuale.

Ma se sulla tecnica abbiamo fatto tanto e siamo bravissimi nell’insegnarla dobbiamo renderci conto che tutto ciò voro sta soffocando il gioco. Dobbiamo liberarlo dalle forme chiuse con le quali oggi lo alleniamo.

Affianco a questi cambiamenti metodologici (ovviamente da approfondire in un ulteriore ampio studio) vanno messi maggiormente a fuoco i seguenti elementi:

  1. Le capacità comunicative degli/delle allenatrici/allenatori; la loro intelligenza emotiva; lo sviluppo di capacità di antifragilità;
  2. Lo studio delle problematiche pedagogiche con le nuove generazioni;
  3. Il possesso degli strumenti sempre più efficaci ed efficienti della Performance Analysis, della Match Analysis, la video analisi sia per il miglioramento dell’insegnamento individuale sia di squadra;
  4. La cura all’interno delle sedute di allenamento delle qualità fisiche dei giocatori.
  5. L’integrazione ottimale di quanto sopra elencato.

Ovviamente queste idee hanno bisogno di essere approfondite e declinate nel linguaggio e nella organizzazione dei corsi per allenatori e preparatori fisici oggi componenti dell’offerta formativa del CNA. Offerta che anche esse necessità di una revisione per meglio adattarsi alle attuali esigenze.

Capacità comunicative

Sempre più la componente comunicativa sta diventando centrale in ogni professione. Lo è ancor di più in attività formative come molte che fanno parte dell’allenare pallacanestro.

Forme comunicative da apprendere e da modulare in relazione alle persone che si hanno davanti in palestra. Persone che si differenziano per età, sesso e provenienza geografica. Le nostre palestre sono sempre più piene (e per fortuna) di giovani provenienti dalle nazioni più disparate, elemento che amplifica la già difficile comunicazione attuale con gli adolescenti. Sappiamo tutti l’importanza dei primi contatti con i discenti, primi contatti fortemente influenzati da una comunicazione empatica che i formatori devono possedere.

Si evidenzia sempre più, quindi, la necessità di allargare le ore di formazione dei/delle nostri/e allenatori/allenatrici sui temi comunicativi andando ben oltre le poche ore fatte svolgere classicamente da psicologi. Si deve pensare a moduli a parte, paralleli e asincroni ai processi formativi attuali. Moduli da inserire in una formazione non più piramidale ma a rete, dove sarà il discente, scegliendo tra i nodi proposti a modellare la sua formazione a sua immagine pur rispettando le conoscenze di base richieste. Una elasticità formativa che si vesta sul discente pur restando nel minimo garantito richiesto.

Oltre a tutto ciò e visti tempi attuali post pandemia, sarà importante sviluppare una cultura tra i tecnici che sappia utilizzare la capacità di gestire le emozioni dei discenti sui campi, saper dispiegare una intelligenza emotiva, che sappia selezionare le emozioni dei giocatori, sviluppando quelle più utili allo sviluppo del giocatore nella sua complessità umana. Infine, approfondire metodiche “antifragili”, che superino la ormai banale considerazione di resilienza e sappiano sfruttare le difficoltà presenti come momento per uscirne migliori ed accresciuti sia tecnicamente, sia umanamente, Tecniche di “antifragilità” oggi ben diffuse in altri campi dell’agire umano e che lo sport deve far proprie.

Le nuove problematiche pedagogiche

Sincrone alle capacità comunicative ci sono le necessità di migliorare l’approccio pedagogico e psicopedagico con i/le ragazzi/ragazze che oggi frequentano i nostri campi. I ragazzi sono sempre gli stessi, siamo noi che invecchiamo, quindi per evitare quella ruggine che non dorme mai, dobbiamo costruire strumenti di formazione dinamicamente validi in grado di trovare il giusto linguaggio, le giuste metodologie per allenare giorno dopo giorno, anno dopo anno i giovani in quel particolare momento storico.

I/le nostri/e allenatori/allenatrici devono sviluppare antenne molto sensibile per:

  • Saper sviluppare un pensiero critico che aiuti a rinnovare le proprie modalità di relazione e di insegnamento, soprattutto quando le caratteristiche degli allievi cambiano notevolmente.
  • Saper allenare costantemente se stessi nell’insegnare meglio.
  • Saper valutare ed adattare il proprio approccio e le strategie didattiche utilizzate.
  • Creare un ambiente ed un’atmosfera davvero capaci di invogliare i processi di apprendimento.
  • Saper sviluppare e potenziare il proprio stile personale di insegnamento, del quale però è necessario essere del tutto consapevoli.
  • Saper aiutare gli allievi a porsi degli obiettivi a breve e medio termine e a valutare in modo corretto le loro potenzialità.
  • Integrarsi il più possibile nel mondo psicologico dei propri allievi, offrendo loro supporto e genuino sostegno.

I nuovi strumenti della Performance Analysis e dello Scounting

Su questo aspetto dobbiamo recuperare il gap nei confronti di altre discipline sportive. Volley, rugby, calcio, …  (almeno superare la confusione di interpretazione tra Performance Analysis, Match Analysis, Video Analysis tanto diffusa) che oggi fanno largo uso nei loro processi formativi di corsi/seminari ad hoc sui temi della misurazione/analisi della prestazione sportive. Noi dobbiamo inserire sin da subito nei nostri processi formativi per allenatori/allenatrici riflessioni che accompagnino i formatori nell’uso dei questi strumenti utilissimi per il miglioramento dell’insegnamento sportivo, partendo ovviamente dal semplice e via via fino ad arrivare alle nuove e sempre di più raffinate tecnologie di supporto dell’insegnamento della tecnica, della sua declinazione tattica e del fondamentale “decision making”.

Oggi lo spettro offerto dalla tecnologia parte dall’uso banale di uno smartphone fino a complessi sistemi integrati tra tecnologia e conoscenza minima di strumenti di analisi statistica. Elementi la cui integrazione semplice deve ormai far parte di ogni operatore sportivo che non deve spaventarsi davanti a parole quali database, data mining, … ormai siamo immersi nei dati e dobbiamo saper riconoscere le parti essenziali di un mondo che altrimenti ci confonde e basta. Oggi ogni ottimo/a allenatore/allenatrice deve essere un/a buon/a analista, ed ogni ottimo/a analista deve essere un buon allenatore. La separazione di queste conoscenze non è più accettabile. Parallelamente a questa figura di analista sempre più emergente si presenta quella di scouting che in gran parte utilizza lo stesso approccio di un analista, ovviamente con le differenze legate tipiche di uno scounting che valuta i giocatrici/giocatrici per un futuro reclutamento e non per le valutazioni oggettive delle sue prestazione attuali. Pensare quindi a moduli di formazione per lo sviluppo di questa particolar e sempre più diffusa figura.

 

Moduli quindi di formazione ad hoc su questi temi sia dentro sia fuori l’iter dei moduli dei corsi attuali di formazione. Sempre alla luce di una costruzione di una formazione in rete che potrà anche basarsi sulla rete di internet. Una formazione a rete al quadrato.

Le qualità fisiche

Su questo c’è poco da aggiungere a quanto di recente è stato fatto con i nuovi corsi di PF. Anche questi però dovranno veder al loro interno o possibilità di accendere ai moduli formativi della rete CNA, di corsi di comunicazione, pedagogia e psicologia e di utilizzo delle nuove tecnologie.

Integrare

Infine, tutti questi nodi formativi che devono costituire la nostra formazione devono trovare dei percorsi, delle integrazioni che possano declinare la formazione finali di un un/a allievo/allieva in un modo o in altro rispetto alle sue attese in modo coerente e completo con quanto atteso per figure professionali diverse (istruttore, allenatore, preparatore, analista…) alla fine di un preciso percorso formativo affrontato. Un percorso dinamico che nel tempo potrà necessitare di aggiornamenti o nuovi moduli inseriti nelle rete alla luce di nuove tematiche di insegnamento dello sport che possono nascere.

Appendice: 3x3 e baskin

Dobbiamo sempre più contaminarci con forme di basket non tradizionali. La prima il 3x3 ormai è ampiamente diffusa, sport olimpionico, merita un breve filiera di corsi specializzati sulle grosse differenze tra il 3x3 3 il 5x5. Sia un corso almeno sulla tecnica/tattica, sia un corso sugli aspetti fisici ed emotivi di questa nuova declinazione della pallacanestro.

Il Baskin necessità certo di tante competenze che sono oltre la semplice pallacanestro, ma di questo anche vive: di basket giocato. Quindi potrebbe essere interessante ideare un modulo formativo per chi vuole intraprendere questa impegnativa strada.

Formazione a rete in rete

Una nuova formazione deve svincolarsi dal classico modello del corso onnicomprensivo e configurarsi come una rete di nodi formativi offerti a chi vuole inviare un percorso per raggiungere una o più figure “professionali” offerte dal Comitato.

Nella tabella seguente si ipotizzano differenti percorsi che passando su diversi nodi portano alla fine del processo a diversi sbocchi. 

Versione 2.0 …. Working in progress

La possibilità di formarsi a rete in rete dovrebbe anche consentire di riproporre attività di tutoraggio a distanza da parte dei formatori territoriali verso i singoli allenatori o piccoli loro gruppi. Il continuo scambio di informazioni, tra docente e discenti, la possibilità di scambiarsi video su esperienze concrete fatte sul campo dai discenti potrebbe costituire nel periodo formativo di basa un ulteriore momento accelerativo della loro formazione.

…working in progress…il pensiero oggi è sempre più un processo collettivo …

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Postato da Raffaele Imbrogno

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Allenatore nazionale ed allenatore IV livello Europeo conseguito presso la Scuola dello sport.
Laureato in Scienze Statistiche ed economiche.
Insegnante a contratto da 20 anni presso La Facoltà del Foro Italico di Roma.
Formatore nazionale del CNA.
Match Analista con le nazionali maschile e femminili senior e con svariate nazionali giovanili.
Ha scritto tre libri: Il training camp dei Boston Celtics, The Swing Offense e The Princeton Offense per Calzetti Mariucci per il quale è in uscita Dalla Point Zone alla Pack Line defense.