Lo Spray Pass dei New York Knicks

Uno dei concetti fondamentali dell'attacco di Mike Brown con il quale ha tenuto sotto scacco la difesa dei San Antonio Spurs.
Lo Spray Pass dei New York Knicks

Durante la cavalcata verso il titolo NBA dello scorso giugno, coach Mike Brown ha utilizzato il termine “Spray Pass” per identificare il passaggio verso il perimetro effettuato da un giocatore dopo aver attaccato il canestro.

Lo Spray Pass è diventato uno degli elementi centrali dell'attacco dei Knicks, un sistema fondato su tre concetti fondamentali.

  1. Paint Touches. Entrare in area con la palla (da penetrazione, da passaggio, da rimbalzo offensivo) per costringere la difesa a collassare e proteggere il canestro.
  2. Spray Pass. Quando la difesa collassa in area, l'attaccante scarica il pallone verso il perimetro, costringendo i difensori a riaprirsi rapidamente e a cambiare direzione per effettuare rotazioni e recuperi.
  3. Giocare nel vantaggio. Una difesa costretta a ruotare dopo uno Spray Pass è spesso in ritardo o fuori equilibrio. È qui che nasce il vantaggio offensivo: un tiro aperto, un extrapass oppure un closeout da riattaccare in penetrazione, magari generando un altro Spray Pass e amplificando ulteriormente il vantaggio iniziale.

Lo Spray Pass è stato uno degli strumenti fondamentali per battere una delle migliori difese NBA, quella dei San Antonio Spurs, e per neutralizzare almeno in parte l'impatto del miglior rim protector vivente, il francese Victor Wembanyama.

Ci sono state azioni in cui i Knicks, con pazienza ed effort collettivo, hanno attaccato utilizzando addirittura quattro Spray Pass - e quindi almeno tre penetrazioni - completando cinque passaggi complessivi e utilizzando meno di dieci palleggi. In queste sequenze, quattro giocatori differenti hanno toccato il pallone prima che l'azione arrivasse al tiro.

Il risultato è stato una pressione costante sul pitturato, capace di far saltare i comprovati schemi difensivi degli Spurs, che ad esempio avevano messo in difficoltà i favoritissimi Oklahoma City Thunder al turno precedente. Compresa una priorità assolute dei Texani: mantenere Wembanyama vicino al ferro.

I Knicks hanno così giocato una pallacanestro apparentemente banale nei movimenti - un “semplice” penetra e scarica - ma estremamente sofisticata nelle letture, nei tempi e nella capacità di riconoscere il vantaggio.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti della Knicks-Ball di Mike Brown.

John Hollinger, analista di The Athletic, l'ha paragonata al “Beautiful Game” giocato dagli stessi Spurs contro i Miami Heat nelle NBA Finals del 2014: una pallacanestro costruita sulla capacità di muovere continuamente il pallone, coinvolgere più attaccanti nella stessa azione e rendere inefficace anche una difesa di altissimo livello.

Ironia della sorte, quella filosofia che rese gli Spurs quasi irresistibili nel 2014 è oggi una delle armi utilizzate per mettere in difficoltà proprio San Antonio.

Come ha detto Jalen Brunson durante le Finals: “Ci limitiamo a leggere il gioco e reagire di conseguenza, cercando di fare le scelte giuste e fidandoci l'uno dell'altro.”

Quella fiducia non nasce per caso. Si costruisce partita dopo partita e allenamento dopo allenamento, eseguendo, correggendo e affinando i meccanismi offensivi installati dallo staff tecnico di Mike Brown.

Un allenatore la cui carriera, per molti versi, ha completato un lungo percorso proprio attraverso alcune delle organizzazioni più importanti della NBA. Brown ha perso i denti da latte all'interno della cultura Spurs, prima di spiccare il volo verso palcoscenici sempre più importanti. A Cleveland raggiunse nel 2007 le prime Finals della storia dei Cavaliers insieme a un giovane LeBron James. Dopo un'esperienza ai Lakers che non produsse i risultati sperati, trovò una nuova consacrazione ai Golden State Warriors, dove da assistente allenatore vinse tre titoli NBA e rilanciò definitivamente la propria reputazione.

Da lì la chiamata dei Sacramento Kings, riportati ai playoff dopo quasi vent'anni di assenza e trasformati nuovamente in una squadra competitiva.

Infine, l'approdo ai Knicks.

Il pezzo mancante di un progetto costruito per arrivare fino in fondo.

E per vincere il titolo NBA che a New York mancava da 53 anni.

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Postato da David Breschi

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Graphic & WebDesigner.
Allenatore di base.
Scrive di NBA per @lUltimoUomo.
Will Ferrell & John Belushi lover.